maggio 30, 2021

Shakespeare in speech

Comunicare incontrando le persone dove e come sono. Ho ripensato nei giorni scorsi a queste semplici parole, che danno il titolo al messaggio di Francesco per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali 2021.


Il magistero del Papa su questo argomento è sempre un pungolo benefico, a maggior ragione per chi si occupa professionalmente di informazione. “Questo tempo del quale parlate, scrivete, raccontate, è un tempo prezioso ma difficile. Sapete anche che una frase che voi dite (o non dite) può influenzare milioni di persone (come, per esempio, può accadere descrivendo gli effetti di un vaccino, o parlando in un certo modo di un avvenimento…). A voi è chiesto di fare cultura, di aiutare gli uomini e le donne a cui vi rivolgete a vivere in questa società con impegno, coraggio, facendo conoscere loro la verità”: così il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, si è rivolto agli operatori della comunicazione durante la Messa presieduta a Roma domenica 16 maggio.


Papa Francesco riprende dal Vangelo di Giovanni (Gv 1,46) l’invito a “venire e vedere” additandolo come metodo di ogni autentica comunicazione umana. “Per poter raccontare la verità della vita che si fa storia – scrive Bergoglio – è necessario uscire dalla comoda presunzione del ‘già saputo’ e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto”.


Soprattutto nel campo dell’informazione, che oggi fluisce senza sosta da agenzie e social, resta fondamentale consumare le suole delle scarpe. Se non ci fosse la mediazione del giornalista, i giornali sarebbero fotocopie e anche i notiziari tv e radio apparirebbero sostanzialmente uguali: l’epoca Covid ha portato con sé una spinta omologatrice molto forte, tra l’altro.


Quando ho appreso la notizia della morte del collega Ercole Spallanzani, attivissimo giornalista professionista dal 1967, ho pensato proprio all’importanza della “vecchia scuola” nel reperire e confezionare le notizie, anche per scongiurare il rischio di accontentarsi dei lanci che passano i videoterminali rinunciando ad uscire per la strada.


“Se non ci apriamo all’incontro – dice ancora Francesco – rimaniamo spettatori esterni, nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno la capacità di metterci davanti a una realtà aumentata nella quale ci sembra di essere immersi.


Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare a vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero”.


Insomma il “vieni e vedi” è e resta la via più diretta per conoscere una realtà, la verifica più onesta di ogni annuncio, perché “per conoscere bisogna incontrare, permettere che colui che ho di fronte mi parli, lasciare che la sua testimonianza mi raggiunga”.


Nel suo messaggio Papa Francesco impiega per sei volte la parola “verità”. Anche qui, da comunicatori e fruitori della grande rete, non è facile farsi cercatori di verità senza amplificare, magari inconsciamente, notizie dannose o che non costruiscono il bene comune.


Da una parte il web, con le sue tante espressioni social, può moltiplicare la capacità di racconto e di condivisione; non solo, ma la tecnologia digitale rende possibile un’informazione di prima mano in tempo reale che risulta a volte utile e perfino provvidenziale.


D’altra parte però tutti abbiamo toccato con mano la virulenza pericolosa delle fake news e sappiamo ormai che non solo le notizie ma anche le immagini sono comodamente manipolabili con programmi informatici.


Amor di verità chiede a tutti, adulti e giovani, la consapevolezza critica, una più fine capacità di discernimento e un più maturo senso di responsabilità, sia quando si diffondono sia quando si ricevono contenuti. Sapendo che – per dirla ancora con il Papa – “nella comunicazione nulla può mai completamente sostituire il vedere di persona. Alcune cose si possono imparare solo facendone esperienza. Non si comunica, infatti, solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti”.


Tra le poche citazioni del messaggio pontificio, mi ha colpito quella di William Shakespeare da “Il mercante di Venezia” (Atto I, Scena I), tramite la quale Francesco stigmatizza l’eloquenza vuota che abbonda anche nel nostro tempo, in ogni ambito della vita pubblica: “Sa parlare all’infinito e non dir nulla. Le sue ragioni sono due chicchi di frumento in due staia di pula. Si deve cercare tutto il giorno per trovarli e, quando si son trovati, non valgono la pena della ricerca”.


Questo richiamo del drammaturgo inglese, riflette il Papa, vale anche per noi comunicatori cristiani.


“Tutti gli strumenti sono importanti, e quel grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso si sarebbe certamente servito della posta elettronica e dei messaggi social; ma furono la sua fede, la sua speranza e la sua carità a impressionare i contemporanei che lo sentirono predicare ed ebbero la fortuna di passare del tempo con lui, di vederlo durante un’assemblea o in un colloquio individuale.


Verificavano, vedendolo in azione nei luoghi dove si trovava, quanto vero e fruttuoso per la vita fosse l’annuncio di salvezza di cui era per grazia di Dio portatore”, ha scritto Francesco.


Per non cadere nella vuota eloquenza del nostro tempo, anche perdendo ore preziose del giorno sui social, meglio tornare al “vieni e vedi” come racconto della realtà. Una curiosità, un’apertura, una passione per non assuefarci a una realtà solo digitale o alla sua versione dettata dagli “influencer” di grido.

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