novembre 14, 2020

Connessi e disgregati

Una delle sei lezioni proposte online in questo autunno disastroso dalle scuole teologiche della diocesi, sul tema “Cos’è l’uomo?”, ha catturato da subito la mia attenzione. Si tratta dell’incontro del 27 ottobre scorso tenuto da Tonino Cantelmi, medico psichiatra, psicoterapeuta, scrittore, allievo di Vittorio Guidano e fondatore della scuola di psicoterapia ad indirizzo cognitivo-interpersonale di Roma (https://www.youtube.com/watch?v=s3Da3PgPr_I&t=1270s). L’interesse deriva dal periodo che attraversiamo e dallo sgradito ritorno per decreto alle forme di comunicazione e didattica a distanza che stanno aumentando disparità e sedentarietà a discapito dell’intelligenza. L’attesa non è andata delusa. Il titolo della serata, “La relazione con l’altro”, è stato declinato dall’ospite seguendo la sua idea di “tecnoliquidità”, a partire dal libro “Amore Tecnoliquido”, scritto a quattro mani con Valeria Carpino e pubblicato quest’anno da FrancoAngeli, preceduto da altre pubblicazioni che spaziano sull’argomento. Va detto che Cantelmi è stato il primo a studiare la tecnodipendenza in Italia, quindi l’impatto della tecnologia digitale sulla mente umana. Così come è doveroso rammentare che ad elaborare il concetto di società liquida fu il sociologo polacco Zygmunt Bauman, per il quale le trasformazioni sociopolitiche del nuovo millennio hanno destinato l’esistenza umana ad una condizione di instabilità e indefinitezza senza precedenti, in cui l’incessante cambiamento è la sola certezza. Dunque la società, depredata di tutti i suoi cardini di riferimento, passa allo stato liquido (e qualcuno in seguito ha aggiunto gassoso). Ma la rivoluzione o insurrezione digitale, sostiene il relatore, ha portato a una vera mutazione antropologica, per cui l’uomo contemporaneo risulta sempre più connesso ed incapace di staccare la spina, indaffarato di continuo a digitare e “condividere” stati e immagini sui social network senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio. Presto detti gli aspetti più evidenti dell’uomo tecnoliquido: il narcisismo, la velocità, l’ambiguità (effetto dei tanti processi di decostruzione in atto), l’emotivismo (ricerca spasmodica di emozioni) e il bisogno di infinite relazioni light. La caratteristica fondamentale della socialità tecnoliquida consiste nella pervasiva tecnomediazione della relazione con l’altro.

Con la grande rete tutto sembra irresistibile, non fosse altro per il fatto che è a portata di mano; certamente Internet ha permesso alla mente di muoversi in modo non lineare facendo esperienze non trascurabili, ma significative, della realtà. E si sono prodotte trasformazioni epocali nel mondo della comunicazione: il passaggio dal racconto orale a quello scritto, con giovani e adulti che si mandano via WhatsApp messaggi il cui oggetto è una canzone o un’immagine, senza nessuna parola che li accompagni. I “contenuti” sono diventati malleabili e mutevoli, estendibili, modificabili per un infinito numero di volte dagli utenti, sicché non c’è mai una versione definitiva. Poi sono sorte nuove modalità di conoscenza e di intrattenimento: le competizioni sui videogiochi interattivi su pc, su consolle. Infinite occasioni di connessione e di potenziale disgregazione dell’essere. L’impressione finale è che il transito ormai compiuto nella tecnoliquidità postmoderna dovrà fare presto i conti con l’esasperazione della solitudine esistenziale dell’individuo. Una sensazione che assomiglia a una speranza: che il bisogno di “incontro con l’altro” nell'autenticità sia così prepotente e vitale da oltrepassare le colonne digitali del mondo tecnoliquido.

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