marzo 27, 2020

In morte di don Emilio Perin

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Carissimo don Emilio, la voglio salutare con una lettera personale. Gliela devo: dalle sue mani ho ricevuto il Battesimo, la preparazione ai sacramenti della Riconciliazione, della Comunione, della Cresima, la benedizione al matrimonio con Lucia, e sono stati battezzati da lei anche quattro dei nostri figli.

Mi dispiace che questo tempo assurdo ma reale di pandemia avvolga anche la sua dipartita, come quella del compianto don Guido, in una coltre di solitudine e di pena indefinita. Meno male che il 15 febbraio scorso siamo venuti a trovarla liberamente, io e mia moglie, a Montecchio. Lei e sua sorella Isella eravate già vicini alla vetrata esterna della Casa della Carità e ci avete visto arrivare. Trattenendo un po’ la commozione, abbiamo potuto abbracciarvi e baciarvi come si faceva prima di quest’incubo sanitario, e discorrere vicini, in pace, ben sapendo che arriva un punto in cui le parole contano poco, perché a dichiararsi sono le nostre vite di “povera gente”, come lei molto saggiamente ci ha sempre ricordato. Non sapevo cosa portarle, nella visita di quel giorno, e alla fine non ho trovato di meglio che il canzoniere dei miei testi, “E con questa vita Ti canto”, perché ricorda la storia del concerto che la comunità parrocchiale le volle tributare nel 2001, per i suoi cinquant’anni di sacerdozio. L’anno prossimo sarebbero stati settanta. È stato un campione di fedeltà, don. Quella fedeltà che nel pieno del suo servizio ogni tanto atterriva anche lei. Ricordo quando all’altare, durante la Messa per il 25° anniversario di fondazione della parrocchia del Buon Pastore, si era lasciato andare in lacrime per il dolore di non avere visto sbocciare in tanti anni nemmeno una vocazione sacerdotale nella nostra comunità. Ma era solo questione di pazientare per i frutti della semina: pochi anni dopo il suo ritiro dal Buon Pastore, infatti, è entrato in Seminario quel Matteo Galaverni, astrofisico e dal 2015 sacerdote, che ha trovato in lei una buona stella da seguire e che nell’ultimo decennio le ha fatto anche da angelo custode, pieno di premure e di delicatezze. E ricordo ancora quando un giorno, davanti all’assemblea riunita, domandò al vescovo Paolo di essere sollevato dalla responsabilità della parrocchia. Ma poi rimase al suo posto, vincendo la fatica fisica e la tribolazione spirituale della pastorale, accettandone il logoramento. La fedeltà ha un prezzo esigente, ma penso che sia stato felice di pagarlo a quel Crocifisso Risorto che sintetizza in modo perfetto l’amore obbediente, nel tempo della prova e ora – ne sono certo! – in quello della gioia senza fine.

La sua è stata una fedeltà umile e granitica alla preghiera e alla visitazione, con un attaccamento speciale per i “suoi” malati e sofferenti. E ci ha conosciuti uno per uno, in parrocchia, nell’imitazione del Buon Pastore del Vangelo. Parafrasando con licenza Papa Francesco, direi che forse non aveva l’odore delle pecore, ma aveva il loro indirizzo… con tanto di scala e interno. Tutto a memoria, roba da far invidia a un server di Microsoft.

La sua catechesi è un altro capitolo di riconoscenza. Una delle cose che ho sempre apprezzato di più è la sua abitudine a rivolgersi ai bambini (i “sapelli”), o ai cresimandi di turno, in modo diretto. Di sicuro, se sono rimasto in parrocchia lo devo anche alle sue parole. “Vieni qui, che ti volto pagina!”: le ore di ‘dottrina’ iniziavano spesso così. Nei ricordi un po’ sbiaditi dell’infanzia, la sua presenza è legata prevalentemente a segni di preghiera, ai puntigliosi “vi ricordo” degli avvisi che concludevano la Messa festiva, alle frasi ricorrenti come l’invito serale ad andare “a lèt, a lèt!”...

Poi mi rivedo giovane, fidanzato e poi sposo di una ragazza dello stesso “gregge”, e anche questa è una realtà che non si disgiunge dalla sua presenza, dalle parole che ci disse nella Messa nuziale, che abbiamo voluto registrare perché continuino a guidarci. Il Vangelo era quello della tempesta sedata: con Gesù a bordo del matrimonio - quanto aveva ragione - abbiamo già affrontato momenti di bonaccia e di burrasca, mentre da soli saremmo già colati a picco.

La nostra collaborazione è cambiata negli anni, così come i servizi che si prestano e si ricevono nella comunità cristiana. Fin da ragazzino, dietro ricompensa di qualche dolciume o biglietto omaggio per i baracconi, ho battuto le vie della parrocchia per distribuire il suo amatissimo “Notiziario”, poi sono passato al catechismo attivo, all’animazione liturgica, al consiglio pastorale. Sempre tra slanci e delusioni, risate e bronci, critiche costruttive e altre meno, ma in quella fedeltà di cui lei era esempio e garanzia.

La sua figura è inseparabile da quella di Isella, la perpetua di una volta, che nei 37 anni trascorsi al Buon Pastore è stata al suo fianco, esperta di economia domestica e di giardinaggio, presenza nascosta e operosa per lungo tempo “familiare” anche di don Mario Gianferrari, un po’ segretaria e un po’ osservatrice privilegiata delle diverse specie di parrocchiani. A Isella rivolgo oggi, insieme alle condoglianze per il fratello sacerdote, un ringraziamento grande come una canonica.

Don Emilio, lei non amava la pubblicità. Tuttavia in un’intervista che le avevo “estorto” per il suo giubileo presbiterale, rispondendo a una domanda sulla vocazione dei giovani aveva espresso un consiglio che credo valga la pena trascrivere: “Ama, ama, ama sempre come ha fatto Gesù tuo modello e maestro. La fatica, la debolezza, la caduta non ti blocchino, ma ti facciano risorgere con Gesù più forte e generoso”.

Grazie anche per queste parole, carissimo don Emilio, che è stato prima padre, poi nonno della nostra piccola comunità. Arrivederci in Dio, con uno smisurato affetto e un filo di malinconia. Invocando la sua memoria come benedizione su un presente sofferto e su un futuro difficile da immaginare.


Edoardo Tincani

27 marzo 2020

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