aprile 06, 2020

Sacerdote e medico nella pandemia

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“Ho ricevuto una valanga di incoraggiamenti, di attestati di stima, di sostegno, di preghiere, di vicinanza, di affetto… molto al di là di quanto mi sarei aspettato”, dice. Ed è diventato anche una celebrità sulle reti televisive don Alberto Debbi: tutto per la sua scelta, umile e coraggiosa, di tornare a indossare il camice da medico nell’ospedale di Sassuolo, centro Covid-19 nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. Dopo aver ottenuto la benedizione del vescovo Massimo Camisasca e di don Sergio Pellati, parroco dell’unità pastorale Beata Vergine delle Grazie in Correggio, dov’era impegnato come vicario parrocchiale, don Alberto è rientrato in servizio tra i malati il 18 marzo nello stesso nosocomio per il quale aveva già lavorato come pneumologo dal 2007 al 2013. Prima di entrare in Seminario, infatti, il quarantaquattrenne ha studiato medicina al Policlinico di Modena laureandosi nel 2001 e iscrivendosi all’Ordine dei medici l’anno seguente, per poi specializzarsi in malattie dell’apparato respiratorio nel 2005.

“Oltre agli appelli lanciati dagli organi d’informazione – racconta – a spingermi ad indossare di nuovo il camice sono stati i contatti telefonici che ho sempre mantenuto con gli ex colleghi: mi hanno dipinto una situazione davvero drammatica, poco nota al di fuori dell’ospedale. Allora mi sono interrogato: cosa faccio? Sono medico, specialista in pneumologia. Di fronte ad un bisogno occorre mettersi a disposizione”. È bastato poco al sacerdote per scrostare la ruggine da una tecnica medica che aveva ben imparato e per iniziare una serie di turni interminabili, fatti di visite, ricoveri, approvvigionamenti di materiale dal Policlinico modenese. Don Alberto apprezza la rete di solidarietà umana che si è creata. “Tutti stanno facendo cose eroiche, hanno stravolto la loro giornata, riorganizzato il lavoro e spesso dobbiamo attrezzare soluzioni di fortuna. È bello vedere ancora negli occhi dei colleghi la voglia di far bene, il desiderio di essere accanto ai malati pur sopportando una grande fatica fisica. Dappertutto medici e infermieri stanno realmente lavorando insieme, si danno una mano l’un con l’altro, come non ci si aspetterebbe nella normalità: sta venendo fuori il lato migliore”, dice con naturalezza. Senza dimenticare l’equipaggiamento spirituale, come il sacramento dell’Unzione degli infermi, che è stato già chiamato ad amministrare. “Pian piano i ricoverati, a oggi una cinquantina, vengono a sapere che sono un prete – commenta don Debbi – e penso che altre richieste del sacramento arriveranno nei prossimi giorni. Va considerato che non è facile entrare in contatto con questi malati: si entra tutti bardati, sbucano solo gli occhi,

a volte bisogna proprio spiegare con chiarezza chi si è perché altrimenti non capiscono”.

E la Messa quotidiana. “La celebro in casa, però collegato tramite video-chat con i gruppi dei giovani e degli educatori di Correggio. Nella liturgia sento che il Signore è qui con noi, ci sostiene e a volte ci illumina anche in certe scelte magari improvvisate che bisogna compiere nel lavoro, e lo Spirito Santo agisce anche attraverso gli sguardi e la determinazione degli operatori sanitari”. L’ultimo pensiero di don Alberto va a chi è costretto in casa. “La preghiera è accessibile a tutti. Speriamo davvero che si possa imparare da questa prova così drammatica. Il bene si può trarre anche da una situazione dove in apparenza non c’è nulla di buono”.

 

(da Avvenire del 5 aprile 2020)

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