aprile 24, 2020

Francesca in corsia contro il Covid-19

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Da due mesi in prima linea nella lotta quotidiana con il pericoloso e subdolo Coronavirus c’è anche lei, Francesca Prati, medico specialista in malattie infettive presso l’Unità Operativa Malattie Infettive dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Quarantuno anni, coniugata, madre di tre figli, la dottoressa Prati appartiene alla comunità cristiana di Albinea. La ringraziamo per avere accettato di aprirci uno spiraglio sul suo lavoro e sui sacrifici che comporta, ma anche sulla sua fede, nel tempo così drammaticamente lento della pandemia.


Dottoressa Prati, quando ha incontrato il primo caso di Covid-19?

Lo ricordo benissimo: il 23 febbraio, il primo caso sospetto poi rivelatosi negativo. Era un collega d’ufficio di un paziente positivo ricoverato a Lodi. Da quel giorno abbiamo iniziato a gestire casi sospetti o già noti positivi.


Com’è cambiato il reparto in cui lavora con l’emergenza sanitaria in atto?

Progressivamente sono cambiati sia l’organizzazione interna del personale che la suddivisione degli spazi e i rapporti con l’esterno: sono stati temporaneamente chiusi gli accessi per altre finalità (ambulatori, visite programmate da medico di base) e l’accesso ai visitatori esterni. All’inizio solo metà reparto era dedicato a questa tipologia di pazienti, poi progressivamente è stato adattato tutto il piano, modificando l’assegnazione dei locali e spostando la nostra sala riunioni a piano terra.

Aumentando il carico di lavoro - per la tipologia di pazienti e le procedure di vestizione - il reparto è stato suddiviso in più settori; è stato incrementato il personale sanitario in tutti i ruoli, inoltre è stato previsto un percorso di formazione per le procedure di vestizione e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale (mascherine, visiere, camici idrorepellenti) e sono stati necessari nuovi supporti e dispositivi informatici. In reparto possiamo ospitare fino a 30 pazienti e in dotazione abbiamo alcuni letti con ventilatore.


Questo sul piano “tecnico”. E su quello umano?

Quello che è cambiato significativamente è stata la motivazione che ha creato uno spirito di gruppo e di collaborazione molto positivo e benefico.


Com’è un suo turno medio di lavoro?

La giornata e tutto il personale sono stati progressivamente dedicati per intero alla patologia Covid: dal breefing mattutino al rapporto con i medici di pronto soccorso. Il pomeriggio è destinato più alla parte organizzativa, come il coordinamento di nuovi reparti dedicati al pazienti Covid, l’arruolamento di pazienti in protocolli terapeutici, il rapporto con medici di base e Igiene pubblica, infine le telefonate ai parenti dei ricoverati, spesso pure costretti a casa in quarantena.


Quali sono i sacrifici più pesanti, per lei?

Il turno si prolunga per tutta la giornata dal mattino alle 8 spesso fino alle ore 20 e oltre. Inizialmente la fatica e la stanchezza erano superate dall’urgenza della situazione; successivamente certo... si sono fatte sentire. I sacrifici maggiori sono stati vedere la sofferenza e la morte in solitudine di molti pazienti, poter dedicare poco tempo alla visita, accettare il nostro senso di impotenza ed essere assente da casa così a lungo...


Com’è cambiato il rapporto con la sua famiglia?

Un rapporto a distanza... i miei figli stanno con mio marito ed evito che vedano il nonno, così come faccio anche io per non rischiare eventuali contagi. Ci vediamo poco alla sera: confidavo che si aiutassero tra loro: a volte l’assenza di qualcosa o qualcuno stimola nuove risorse. Devo ringraziare mio marito e i figli che hanno portato pazienza e sopportato la situazione e gli amici che si sono resi disponibili con cene pronte e spesa fatta.


Dai primi ricoveri a oggi, com’è cambiata la sua percezione del virus?

Certamente c’è ancora molto da capire sotto vari aspetti. Man mano il nostro lavoro è diventato più routinario. La numerosità dei pazienti ha permesso di raccogliere molte informazioni e di ottenere una fotografia in tempi brevi, tuttavia le risposte che dobbiamo dare esigono tempi altrettanto rapidi. Sono stati identificati i fattori di rischio che influiscono sulle prognosi; si stanno verificando esperienze terapeutiche differenti.


Anche l’opinione pubblica è passata dall’immagine di un’influenza più noiosa del solito all’incubo del contagio tremendo e senza scampo. Che idea si è fatta, sul campo, del Covid-19?

Sì, è stato così… non ci si voleva credere. Abbiamo avuto la fortuna di arrivare dopo Lodi e Piacenza e questo ci ha permesso di prepararci un minimo. Il problema non è stato tanto la mortalità legata al virus, quanto soprattutto la contagiosità, che ha determinato la presenza contemporanea di molti ammalati spesso anziani che necessitavano di isolamento e di procedure specifiche fino alla ventilazione: questo ha portato al rischio del collasso del sistema sanitario. Adesso il lavoro dovrà coinvolgere necessariamente il territorio con i medici di base che dovranno aiutare nell’arginare il rischio di contagi, riconoscere tempestivamente i pazienti che necessitano di un accesso in ospedale, monitorare i pazienti a domicilio e gestire terapie precoci.


Le è capitato di essere tramite di un ultimo saluto dato dai familiari a una persona morente?

Sì, in alcune occasioni: il cellullare in queste circostanze è stato davvero un bene, permettendo un contatto mediato tra il paziente e il parente… i nipotini… e spesso diventava un ultimo saluto. Abbiamo coinvolto i medici palliativisti, che in questo ci hanno aiutato molto nel prestare una comunicazione chiara ed empatica ai pazienti e ai familiari e nel prendere decisioni appropriate nei casi di peggioramento, nell’evitare forme di accanimento terapeutico e nel gestire i sintomi fisici più presenti come fatica a respirare, ansia, spavento, dolore, nel conservare dignità fino all’ultimo. Il poco tempo e il nostro “mascheramento” hanno reso la relazione più essenziale e quindi ogni gesto più significativo.


Nel rapporto con i pazienti, le è successo di raccogliere confidenze o testimonianze che l’hanno aiutata?

Una grande riconoscenza da parte di pazienti e parenti.


Ha paura per sé? Oggi, più o meno di due mesi fa?

No, mai avuta, non potrei lavorare con la paura; ansia sì, è capitata per il tanto lavoro e l’attenzione che richiedeva, ma mai paura.


È d’accordo con chi chiama i medici eroi?

Eroi sono stati i pazienti e i parenti che hanno sopportato e subìto situazioni al limite. Noi abbiamo fatto il nostro dovere, certo con maggiore impegno e sacrificio, ma in fondo nel farlo avevamo già una ricompensa nel sentirci utili e protagonisti, e abbiamo ricevuto riconoscenza da parte di tanti parenti e pazienti e dall’esterno…


La fede cristiana la aiuta in questo tempo?

Questo tempo aiuta la fede. Le chiese vuote ci inducono a guardare fuori, ma anche a vedere meglio dentro uno spazio vuoto essenziale; la liturgia domestica comporta una ricerca più personale.


Tra scienza e fede, vive qualche contraddizione?

Personalmente, per quello che riguarda il mio lavoro di tutti i giorni no, piuttosto sono io ad avere delle mie contraddizioni...


Com’è cambiata la sua preghiera?

Non ho la presunzione o la fretta che la preghiera sia cambiata… posso dire che certamente è un’occasione di crescita, professionale e personale, e che questo è un bene. Penso spesso anche alle tante persone che, sinceramente, in questo tempo mi hanno detto “Non ti ho chiamato per non disturbarti, ma ho pregato per te e per voi” e ho sentito questa loro preghiera particolarmente vera in questo frangente.


Edoardo Tincani

(da La Libertà numero 16 del 22 aprile 2020)

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