dicembre 08, 2020

Non ci resta che ridere...

Si può cercare di affrontare la cupezza dell’era Covid anche con qualche lettura divertente, a colpi di umorismo. Risponde a questo obiettivo il nuovo libro di Edoardo Tincani, "Battutario casa e chiesa" (edito da Consulta librieprogetti, 132 pagine, 13 euro), disponibile in libreria, su Amazon (ma noi preferiamo le librerie), nonché in redazione, dove gli abbonati a La Libertà possono ritirarlo con uno sconto di tre euro a copia. Il volume, arricchito dalla presentazione del vescovo Massimo Camisasca e dalle illustrazioni di Elisa Pellacani, contiene anche gli sviluppi della rubrica ‘‘Diario di casa mia” (pubblicata su questo giornale fino al 7 ottobre scorso), con diversi testi inediti: “Sguast food”, “Presepe virente", "Indovina chi non viene a cena” sono alcuni dei nuovi titoli che si incontrano sfogliando il nutrito sommario. Lo stile richiama le pagine di “Family man. Diario semiserio di un marito cristiano cinque volte papà”, con riflessioni che vanno dalle mura domestiche ai tempi che cambiano, scanditi ormai dai Dpcm, condite da battute e giochi di parole. La sezione ‘‘Chiesilarante’' raccoglie altri testi misti, dalle 100 battute alla rinfusa alle “Risate in convento” da una dilettevole "Hit parade” al capitolo “Scherza coi santi” per sorridere con garbo del mondo cattolico anche dall’interno, tra personaggi inventati, libere interpretazioni della Scrittura e verosimili fenomeni pastorali.

Per dare un piccolo saggio di questo nuovo lavoro del direttore noi della redazione abbiamo scelto due estratti proprio da ''Chiesilarante”. Il formato maneggevole si presta a una lettura sia continua che sporadica.


Paolo Battistelli, Emanuele Borghi, Giuseppe Maria Codazzi, Matteo Daolio


Da «Uscendo dal Seminario»

Era comunque bello, per don Ugo, riprendere in mano l'album dei ricordi di seminario e sfogliare le foto di gruppo scattate nell'anno dell'ordinazione. Sullo sfondo del grande atrio c'era la statua dell'ultimo vescovo, una nota Eccellenza del territorio, scolpita dal famoso Don Atello. Ecco Don Zelletta, che veniva dalla campagna, e poi quello seduto sull'altalena nel verde cortile era sicuramente Don Dolio. Di quell'annata indimenticabile faceva parte anche un sacerdote che aveva la tessera onoraria dell'AVIS, Don Atore.

Per un certo periodo avevano studiato con loro pure due giovani di origine straniera.

Uno era inglese, cattolico fervente, con un solo difetto: non si preoccupava minimamente di sostenere gli esami filosofici e teologici; e fu così, dopo tre anni di fuoricorso, il caro Don Tworry venne rispedito in Gran Bretagna. L'altro era spagnolo, un tipo tosto, decisamente originale; Don Chisciotte lottava contro le ingiustizie: conosceva a memoria il Canone, ma si rifiutava di pagarlo alla Rai; aveva anche rinunciato ai fondi dell'otto per mille e per mantenersi svolgeva alcuni servizi di manutenzione, chiedendo in cambio un obolo volontario, infatti lo chiamavano anche Don della Mancia.


Da «Zibaldone biblico»

A quell'epoca non esisteva ancora la parola 'single', ma Adamo iniziava a sentirsi stanco di tenere compagnia a se stesso. Il serpente, che l'aveva capito, gli si rivolse più 0 meno con queste parole: 'Adamo, hai bisogno di una spalla. Daresti una costola per non essere più scapolo?'. 'Cos'è, una lezione di anatomia?', domandò Adamo, che (giustamente) non si fidava della bestiaccia. (...) La storia del tradimento di Adamo ed Èva è stata raccontata come un mela-dramma, ma in realtà la mela non viene mai nominata dal libro della Genesi; vi si parla di un altro frutto, probabilmente ancora più caro delle mele, dato che ai nostri due precursori è costato l'ira di Dio. Il serpente aveva brevettato quel fatidico morso come peccato originale, già sapendo che nei millenni a venire sarebbe stato oggetto di numerosi tentativi d'imitazione da parte degli altri uomini.


Edoardo Tincani


(da La Libertà del 9 dicembre 2020)


PS personale: l'articolo pubblicato su La Libertà del 9 dicembre 2020 è stato corredato da una foto autobiografica e autoironica, scattata da Giuseppe Maria Codazzi, che mi ritrae nel giugno 1999 mentre, durante la presentazione della serata del Festincontro di Azione Cattolica dedicata al concorso "Cantalavita", stavo cantando una parodia di "Io ci sarò" degli 883, imitando Max Pezzali, in un passaggio che citava proprio il settimanale diocesano dove sarei finito a lavorare quattro anni più tardi.

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