febbraio 09, 2022

Via l'emergenza e il suo "pass"!

Dopo i due “spettacoli” nazionali della rielezione del presidente della Repubblica e di Sanremo, la cui costruttività rimane ancora tutta da dimostrare, appena il governo ha rimesso la testa su quella che ancora viene chiamata pandemia lo ha fatto per una quisquilia: decidere che le mascherine all’aperto si possono togliere. Mentre restano tutte in vigore restrizioni illogiche ed eccessive, perché anacronistiche, chiedo: è questo l’importante? Se si ritiene che il virus, con le sue varianti presenti e future, avrà ancora un’alta contagiosità e dunque potrà rappresentare un pericolo, le mascherine sono l’ultimo presidio da togliere; altrimenti rischiamo di rivedere tra qualche mese la solita curva che in primavera-estate si abbassa e poi s’impenna in autunno, quando salterà fuori qualcuno che lancerà l’allarme: “se avessimo tenuto le mascherine non saremmo in questa situazione…”.

Perché invece il governo non toglie, e subito – senza aspettare il 31 marzo – lo stato di emergenza, quella “cosa” che editorialisti e politici non nominano più, come se fosse un dato inoppugnabile, e che giuridicamente rappresenta invece la motivazione che ha reso “accettabili” all’opinione pubblica ripetute violazioni, in vari campi, delle libertà personali? Due le richieste, per essere precisi: via lo stato di emergenza e via – abolizione, per sempre – il green pass.

Chiarisco che il mio punto di partenza è amaro: con la crisi dell’economia reale, l’inflazione alle stelle e l’enormità del debito contratto con il Pnrr, l’Italia rimarrà in uno stato di fatto di emergenza perenne, che durerà per i prossimi decenni e arriverà comodamente al prossimo secolo.

Ma è l’emergenza sanitaria che non ha più ragione d’essere, visto che il Covid è già diventato un’endemia, così come il green pass non ha più niente a che vedere con la salute delle persone, ma è una catena che mantiene i cittadini, a cominciare dai più giovani, senza diritto di voto, in una condizione individuale di sudditanza, umiliando tutti con la burocrazia più insulsa e i suoi ritardi insostenibili. Tutto questo per più di due anni, se pensiamo (ma è certo, chi eccepisce?) che la data del 31 marzo per la revoca dello stato di emergenza non venga messa in discussione prima.

La comunicazione pubblica, da quella istituzionale a quella ammannita dai principali organi “ufficiali” di informazione, continua a essere pilotata, subliminale, ammantata di retorica scientista e di paternalismo: una vera emergenza che io vedo in aggravamento è la crisi della libertà di pensiero e di espressione. I danni costituzionali, sociali, economici e psicologici causati da due anni di pandemia proclamata, più che conclamata, sono tangibili, è onestamente impossibile non vederli; il tempo dirà in quale ordine di gravità metterli. Ma il green pass, che ora nelle solite cabine di regia si discute di protrarre almeno fino a giugno (!), è un sistema di controllo sociale che non si giustifica più con i dati sanitari. Se il governo vuole commutare le libertà personali in concessioni, abbia il coraggio di istituire una nuova emergenza che renda ancora necessario (!) il green pass o le sue prevedibili evoluzioni. Ma se ha davvero fatto le cose per bene, deve promettere solennemente che l’abolirà appena finisce lo stato di emergenza (e magari fosse prima del 31 marzo 2022) e NON dire che il lasciapassare avrà durata illimitata, il che presuppone che resti in vigore, sempre pronto all’uso. Per adesso ci concede solo di levarci le mascherine all’aperto, un contentino, e poi ci sono già le Olimpiadi di Pechino che ci rendono orgogliosi e grandi agli occhi del mondo, no?

Ho anche un vano suggerimento: accompagnare l’abolizione del green pass e il richiamo al lavoro delle persone mobbizzate o sospese per irregolarità formali o costrette a scegliere tra dignità e salario con un elegante biglietto di scuse delle istituzioni, che non costa nulla. Nel Paese in cui Gaber cantava “Io non mi sento italiano”, questo atto di riconciliazione sarebbe giusto, doveroso, saggio. Quindi temo non ci sarà.

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