30 gennaio 2024

Ho terso le parole

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Il “politicamente corretto” è diventato ormai un argine inadeguato per tenere sotto controllo la spinta crescente della violenza verbale. Già quell’avverbio funziona male: proprio la politica offre sgradevoli esempi quotidiani di espressioni dette o “postate” per denigrare e offendere; ma anche l’aggettivo “corretto” è diventato l’etichetta di un contenitore opaco, staccato dall’accelerata trasformazione che la lingua subisce e al tempo stesso attua nell’era delle polarizzazioni social.

Il compianto Tullio De Mauro, preparando poco tempo prima di morire il suo istruttivo e repellente campionario di insulti “Parole per ferire” compilato per la Commissione parlamentare sull’intolleranza e il razzismo, aveva ben chiarito che sotto la voce hate speech (discorsi di incitamento all’odio) non si catalogano solo quei termini dispregiativi per natura che provocano dolore di per sé - quelle “male parole in genere legate a materie escrementizie e attività sessuali tabuate” o “designazioni insultanti di categorie deboli o tali ritenute” - ma moltissimi vocaboli ‘neutri’ branditi per attaccare, in ordine di frequenza, le donne, le persone con disabilità, quelle omosessuali, migranti, ebree, islamiche…

Abbandoniamo allora il “politicamente corretto”, avvizzita foglia di fico, e impegniamoci di più, a partire dalla vita quotidiana, per esempio quando guidiamo nel traffico o incontriamo imprevisti e seccature, in un linguaggio umanamente rispettoso e sostanzialmente responsabile.