04 febbraio 2024

Specchio delle mie trame

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Sono uno dei pochi giornalisti che non ha mai usato ChatGpt, lo strumento più “pop” di intelligenza artificiale, e forse uno dei pochissimi che non prova nei suoi confronti alcuna curiosità. L’applicazione più scaricata di sempre, prima di diventare così di moda, è stata lanciata dalla società OpenAI come “demo”, ossia una versione dimostrativa dei suoi programmi in campo linguistico, oltre che del suo strapotere.

Le macchine di OpenAI hanno lavorato su moli gigantesche di testi e sulle relazioni tra i parametri (parole, pezzi di discorso) che li compongono per approntare un sistema, ChatGpt, che a una data frase di input fa corrispondere un rapido svolgimento testuale in output.

Per raffinare la credibilità delle risposte la società ha sfruttato esseri umani in paesi poveri (non diversamente dalle multinazionali del tessile o alimentari) che per tanto tempo e poca paga hanno “corretto” il calcolatore.

Peccato che la maggior parte degli scaricatori dell’app, anziché come una “demo” con ampi margini di ridicolo e nessuna reale autorevolezza, l’abbia presa come un motore di ricerca a cui delegare la scrittura digitale. Il problema, spaventoso, è che la correttezza fattuale dei termini sfornati da ChatGpt non viene verificata!

Poi si sa che gli algoritmi ci mostrano di preferenza testi e immagini che ci piacciono. Cosa succederà il giorno in cui lo specchio magico ci restituirà parole che non prevedevamo o, peggio, che non riusciamo a comprendere perché abbiamo spento l’intelligenza naturale?