aprile 26, 2021

Quando tutto sarà finito...

1619451559597_slide.jpg

“Sei tu che spingi avanti il cuore, ed il lavoro duro, di essere uomo e non sapere cosa sarà il futuro”: sono versi di una storica canzone di Claudio Baglioni, “La vita è adesso”, che sono riaffiorati in modo spontaneo nella parte musicale della mia mente, richiamati alla memoria – immagino – dal prolungarsi estenuante della pandemia. Più che le restrizioni ancora necessarie, a incidere sull’umore e a diventare causa di nervosismo sono le disparità di trattamento che hanno colpito in modo innegabilmente più severo solo alcune categorie di persone, unite alle notizie sui ritardi europei e italiani in modo particolare nella campagna di vaccinazione anti-Covid: il tutto va ad alimentare uno stato di incertezza generale e in fondo di sfiducia, o comunque di fatalismo. 

C’è dunque anche una “emergenza spirituale” collegata al periodo che stiamo vivendo, come ha ben evidenziato l’arcivescovo di Milano Mario Delpini in una recente intervista concessa al Corriere della Sera. Non è giusto che il virus occupi tutti gli spazi della comunicazione pubblica – e chi sfoglia abitualmente La Libertà penso possa riconoscersi in un’informazione non monotematica – e che le nostre preoccupazioni ‘sistemiche’ finiscano per sottrarre tempo agli affetti, alle opere di carità, alla preghiera. 

Ecco allora che una voce – che sia quella di un vescovo o di un cantautore, di un medico o di un giornalista, di un vicino di casa o di un cliente del supermercato… - può scuoterci dalla pigrizia spirituale in cui il coronavirus ci ha fatti precipitare, risvegliarci da un letargo propiziato dal continuo rimandare la vita a “quando finalmente tutto finirà”. Anche perché, come ci ha ricordato a Pasqua il vescovo Massimo, uno dei moniti che ci lascia questa fase storica è che non sappiamo quanto tempo ci è dato. Ecco, a pensarci bene credo che limitarsi a dire “quando tutto sarà finito” sia il lato B del 45 giri in cui è già stato inciso, vox populi, che “andrà tutto bene”.

In una poesia che le è stata attribuita (e che in ogni caso ne esprime lo spirito), santa Teresa di Calcutta dice: “Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti, di avere figli, di vederli sistemati, di perdere quei dieci chili, che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno. Non c’è momento migliore di questo per essere felice. La felicità è un percorso, non una destinazione (…) Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo”. 

Anche queste parole possono aiutarci ad uscire dalla passività, dall’attesa vuota e forse pure vana che accada qualcosa di risolutivo. Come il Sars-CoV-2 non è l’unico nemico che minaccia l’umanità, il ritornare, domani, tutti in zona bianca non significherà automaticamente stare meglio.

Dal nostro spirito, chiedendo l’aiuto di Dio e della comunità cristiana, avremo le risorse invisibili per continuare a far fronte alle varie emergenze che si sono aperte, per amare questa esistenza e per non vivere al di sotto delle nostre possibilità (spirituali, ancora una volta, non monetarie), dandola così vinta alla rassegnazione. Ci è lecito immaginare un futuro, nonostante la parola sia un po’ schiacciata dalla confusione presente, non “quando tutto sarà finito”, perché altrimenti ci resta solo la vita eterna. 

Forse dobbiamo smettere di considerare la felicità come una meta irraggiungibile, ma possiamo iniziare a pensarla come una tratta quotidiana.

Sidebar