dicembre 19, 2021

Un poco di noi

Sono due anni ormai che l’imprevisto si è fatto nostro compagno di cammino, a causa principalmente della pandemia e del cambiamento d’epoca accelerato dalla diffusione del coronavirus, ancora ahinoi non controllata in modo rassicurante. Una cappa di fatica, incertezza e silenziosa diffidenza minaccia di gravare ancora su di noi, con la conseguente ricerca di capri espiatori e “untori” nella società. In un simile scenario, abbiamo assistito a un’inflazione di “online”, dalla didattica a distanza all’intasamento dei canali “social”, dove il video e l’immagine, non di rado fotoritoccata, finiscono per deformare e schiavizzare l’individuo. Forse proprio come reazione a questo fenomeno, si sta però facendo largo un’incoraggiante riscoperta del cartaceo, dal giornale al libro. Credo che alla base ci sia il bisogno di ritornare a rapporti personali diretti, sinceri, tattili con le persone e con gli oggetti che arredano la nostra esistenza.

Il ripiegamento interiore indotto dalla bruttezza delle notizie, dominate dal Covid e dalle sue varianti, e in molti casi dal maggior tempo a disposizione da trascorrere in casa ha causato anche un vistoso aumento delle produzioni scritte, in prosa e in poesia. Spesso si è trattato di un esercizio terapeutico: la scrittura come presidio di sanità mentale, in un contesto di parole pubbliche al vento e di promesse disattese dai fatti, ma anche un presidio culturale nel processo di (inesorabile?) digitalizzazione galoppante, con spersonalizzazione di tanti rapporti e complicazioni talora vessatorie tra password e piattaforme di connessione. Fissare emozioni e pensieri è stato e continua ad essere un modo per recuperare la nostra verità, per ri-conoscerci nel disorientamento generale. È un esercizio importante per conservare – scripta manent - la memoria di fatti, cose e personaggi “minori”. Ed è inoltre un modo privilegiato per lasciare ai nostri cari e agli amici “un poco di noi”.

Non posso che salutare perciò come balsamica l’annuale pubblicazione di questa antologia di scrittori nostrani, auspicando che nel tempo la collana sappia intercettare perle di autori giovani, che da un lato assicurino la vitalità dell’associazione e dall’altro apportino la freschezza che sempre deriva dallo scambio tra generazioni ed esperienze di vita differenti.

Alcune delle firme che ritrovo sfogliando il volume appartengono a collaboratrici e collaboratori del giornale diocesano La Libertà, che mi sostengono settimanalmente nell’impegno redazionale: la constatazione fa sì che quest’umile prefazione si accompagni a sensi di riconoscenza e amica affinità per l’Associazione Scrittori Reggiani.

Accennavo poc’anzi agli effetti della mutazione antropologica indotta dallo strapotere della tecnologia. Ebbene, a tal proposito non posso che ricordare qui, perché profondamente condivise, le considerazioni sull’importanza del libro cartaceo svolte dal vescovo Massimo il 30 ottobre 2021 in occasione della benedizione della nuova Biblioteca Teologica Città di Reggio, con sede in piazza Vallisneri in centro storico. Malgrado diverse voci ne preconizzino l’estinzione da qualche decennio, il libro oggi è più vivo che mai e non soltanto - ha argomentato monsignor Camisasca nella citata circostanza - per le ragioni psicologiche che attengono la possibilità di custodire e toccare un oggetto, ma anche perché la carta si rivela paradossalmente come uno dei supporti tecnologicamente più sicuri. Insomma, i libri sono destinati a rimanere come strumenti fondamentali di conoscenza e dobbiamo tornare a sostenerli anche in ragione di un’integrazione con le fonti digitali, se è vero com’è vero che il nostro cervello ha bisogno di riposare su delle righe stampate, di voltare delle pagine, di sentire il peso di un volume e di poterlo vedere.

D’altronde gli antichi Padri d’Italia ci hanno lasciato un esempio chiarissimo: da san Francesco, che raccoglieva tutte le briciole di carta in cui erano scritte le parole, perché lì c’era qualcosa del “Logos” divino, secondo l’antica tradizione ebraica che non poteva permettere che nessuna parola andasse dispersa, a Dante Alighieri, che ha affidato alle pagine della Commedia un ritratto imperituro e globale dell’umanità a partire dal popolo italiano e dalla sua fede cristiana. Entrambi hanno contribuito incommensurabilmente ad unire la nostra cultura nazionale, intaccata negli ultimi anni da ‘virus’ divisivi di matrice individualistica e da una paura alimentata di continuo da allarmi anche mediatici.

Tornando per un momento al Sommo Poeta, di cui anche questa antologia celebra il settimo centenario della morte, mi sovviene il punto in cui Virgilio, prima che il viaggio abbia inizio dall’Inferno, prende per mano Dante “con lieto volto” per introdurlo dentro “a le secrete cose”. È questa compagnia a far evaporare la paura di Dante.

Sant’Ignazio di Antiochia scriveva: “Si educa con quel che si dice, si educa meglio con quel che si fa, ma ancor di più con quel che si è”. Ecco, credo che in un tempo così confuso e ancora avaro di soddisfazioni, i libri siano, se non dei maestri, almeno dei validi alleati nel cammino della vita, capaci di mostrarci un lieto volto accanto alle tribolazioni e ai paradossi della quotidianità; un orizzonte di senso, un destino positivo, il valore incancellabile di “un poco di noi”. Sulle tracce della verità e della bellezza divine, le orme da seguire sono pur sempre umane. Penso che possiamo e dobbiamo ringraziarci gli uni gli altri per le nostre testimonianze scritte, ogni volta che sono orientate al bene, al pensiero, alla condivisione.


(Le foto si riferiscono alla presentazione pubblica dell'antologia, avvenuta nel Teatro San Prospero di Reggio Emilia nel pomeriggio di sabato 18 dicembre 2021, con la presidente dell'Associazione Scrittori Reggiani Clementina Santi)

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