10 aprile 2024

Glomologazione

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Sicuramente il neologismo sarà stato brevettato da qualcun altro, se no provvedo ora: glomologazione. Mi riferisco al fenomeno per cui i filtri degli algoritmi - che ogni minuto setacciano miliardi di interazioni su TikTok, Netflix, Instagram e sugli altri social network mondiali – portano a un’omologazione dei gusti. Sul piano commerciale è facile verificare: quante volte anziché scegliere in base alle nostre propensioni e soprattutto cercare in proprio letture e spettacoli, ci limitiamo a vedere il film suggerito dalla piattaforma “amica” o a leggere i post di autori a cui l’altro ieri abbiamo appiccicato tanti “like”? Una preoccupante e crescente pigrizia di noi consumatori. Ma il problema si pone anche dalla parte dei creatori: se non si adeguano alle pressioni conformistiche del mercato digitale, specie negli Usa, sono condannati in partenza all’oblio.

Al di là della somiglianza tra i “prodotti” (peraltro modellati dalle macchine sulle preferenze di una “maggioranza” che le aziende tecnologiche hanno contribuito a formare tramite le macchine stesse!), il danno peggiore è per la varietà umana: a causa del fatto che gli algoritmi passano sopra tradizioni e specificità locali, stiamo perdendo gran parte del significato profondo della cultura. Eppure è solo da lì, dalla cultura, che ci vengono gli antidoti per resistere al livellamento planetario: la coscienza delle manipolazioni, l’esercizio del pensiero critico, la libertà di manifestare il dissenso con decisioni (e compere) autonome.