13 maggio 2024

Il mondo che ci server

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Hanno preso il posto delle torri di guardia e già oggi sono molto più strategici di tante dogane sparse sul territorio, solo che – nonostante siano strutture fisiche – non siamo ancora abituati a considerarli: sono i data center che gestiscono l’attività informatica di privati cittadini, imprese e grandi mercati finanziari. Sorvegliatissime infrastrutture in acciaio, cavi e chilometri di fibra che divorano energia e restituiscono quelle connessioni digitali di cui amiamo servirci. Non so se Marc Augé li avrebbe chiamati non luoghi, però occupando volume e assorbendo tanti investimenti, sono spazi che contribuiscono in modo rilevante a ridefinire i nostri concetti di confini e di controllo alle frontiere. Alla geografia imparata a scuola, fatta di cartine, monti e fiumi, lo sviluppo del web e dei maxicalcolatori aggiunge un orizzonte cognitivo-digitale.

È una geografia globale, certamente, ma che ha comunque delle barriere: alcune “esterne” le notiamo subito – ad esempio quando un sito ci chiede di pagare per entrare – ma altre vengono erette al nostro interno senza che ne siamo mai pienamene coscienti. Ne abbiamo già parlato: piattaforme e algoritmi sono pieni di restrizioni e ci instradano sempre su percorsi che ritengono da noi preferiti. Con un paradosso: mentre il pianeta è oggettivamente sempre più interconnesso, le identità digitali che lo abitano si frammentano ulteriormente, fra crescenti differenze reddituali e distanze culturali tra gruppi pseudo-omogenei.