22 maggio 2024

Cancel politics

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In questo mondo confuso il potere ha un serio problema di misura e di credibilità. Se ogni affacciarsi sulla scena internazionale di tiranni nuovi o antichi desta inevitabili timori, non infonde certo un senso di futuro l’osservazione dell’elefantiaca macchina della democrazia statunitense, con il déjà vu dei suoi vetusti contendenti, peraltro dal dubbio equilibrio psicofisico. Avverto con maggiore disagio questa sorta di sbilanciamento da quando leggo e vedo gli effetti della cancel culture. Dall’America al Regno Unito, con ampi refoli europei, la cultura dell’annullamento, sotto la bandiera del rispetto formale del pluralismo, sta riformulando libri, film e opere d’arte sulla base di giudizi etici di parte.

Ecco, il problema – molto politico, prima che culturale - sta proprio nel concetto di parte. Rovesciando una famigerata massima, il potere oggi appare logorato, sia da quelli che ce l’hanno ma forse ancora di più da quelli che non ce l’hanno, se sono sufficientemente attrezzati ed agguerriti.

Arriviamo al paradosso noto come dittatura delle minoranze, che proprio nella cancel culture ha un’alleata subdola e potente.

Intendiamoci: i guai dell’assolutismo e del fanatismo religioso sono sempre sotto gli occhi di tutti, dunque lunga vita alla società aperta e alla salvaguardia dei diritti dei gruppi che la compongono. Ma quando alcune lobby paralizzano il pensiero e tengono in ostaggio le azioni di maggioranze democraticamente elette, l’eterogenesi dei fini è amaramente servita.