25 maggio 2024

Se la bellezza salva (o no)

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La presentazione del libro di Daniele Castellari “Beati gli idioti. Dostoevskij e il discorso della montagna” (Pazzini), promossa da La Libertà nel tardo pomeriggio del 24 maggio 2024, è stata un’ora intensa e molto godibile fra letteratura e teologia, davanti a un pubblico attentissimo e arricchito pure dalla presenza di giovani uditori. Indubbiamente la gradevolezza è stata facilitata dalla sala conferenze del Museo Diocesano che ha ospitato l’evento, ma il merito va soprattutto ascritto alla capacità oratoria dei relatori, l’autore e monsignor Morandi. Del capolavoro “L’Idiota”, che Castellari ha riletto, applicandogli la filigrana evangelica delle beatitudini secondo il vangelo di Matteo, ricordiamo solo che venne pubblicato da un Dostoevskij in crisi debitoria sul Messaggero Russo nel 1868 e poi in volume l’anno seguente, dopo una serie imprecisabile di rimaneggiamenti disseminati nei taccuini del celebre romanziere che il nostro professore si è dato il tempo di analizzare e comparare con le deduzioni di altri pensatori illustri, da Nikolaj Berdjaev a Romano Guardini. Per arrivare poi alla conclusione che il grande scrittore accorda alle sue creature letterarie una libertà suprema: “Ammiriamo – scrive al riguardo Daniele Castellari - lo sforzo letterario più potente che sia mai stato compiuto per trasformare un personaggio in persona, esponendo l’impianto narrativo alla freschezza caotica della vita”.

Nel credo etico e teologico del narratore russo è centrale la compassione, caratteristica che riscontriamo pienamente nel mite e puro di cuore principe Myškin, talmente compassionevole che sarebbe disposto a rinunciare all’amore della nobile Aglaja per sposare la dissoluta Nastas’ja. Dipinto alla fine dal narratore reggiano come un “povero” cristiano comune “en marche”, Myškin si rivela anche un uomo incompiuto, e non per nulla “L’idiota” termina con un chiasmo e il ritorno del principe, dopo che ha mescolato le sue lacrime con quelle del rivale Rogožin, uccisore di Nastas’ja, a curare la sua malattia mentale in quella Svizzera da cui era tornato a San Pietroburgo all’inizio dell’opera.

Della conversazione tra l’Arcivescovo e l’autore, ormai prossimo alla pensione da insegnante ma depositario di una cultura letteraria che gli auguriamo di poter ancora trasmettere molto a lungo, sintetizziamo per ragioni di spazio solo uno degli scambi. Precisamente la risposta alla domanda “Quale bellezza salverà il mondo?”, che nel romanzo di Dostoevskij non è messa sulla bocca del protagonista, ma di un ragazzo tisico condannato a morte prematura, Ippolit, il quale peraltro pone l’interrogativo a Myškin con aria di sfida, per indurlo a confessare la sua fede cristiana.

Sul quesito – a parlare è Castellari – il principe è enigmatico, giacché non si risolve a scegliere una delle due donne che ama; ad Aglaja dice espressamente che la sua bellezza fa paura, mentre di Nastas’ja e della sua avvenenza, colta da un suo ritratto, Myškin dice che con una bellezza tale si potrebbe rovesciare una città e che se la donna fosse buona, sarebbe salva. Sembra un discorso un po’ moralistico – ha aggiunto il professore lodando le interpretazioni di Michail Bachtin - ma leggendo il romanzo si capisce che la bellezza da sola non salverà il mondo semplicemente perché ha bisogno di una completezza. I personaggi di Dostoevskij, per dirla con un’immagine, stanno tutti su una gamba sola e l’intero romanzo non sta in piedi senza il dialogo, sicché la bellezza è l’armonia di almeno due che si incontrano. Tenendo questa linea interpretativa, perciò, né Aglaja né Nastas’ja riescono a trovare nel principe - vuoi per l’imbarazzo della scelta che lo attanaglia, vuoi per miserie proprie – la completezza che potrebbe salvarle; il dialogo – pur così indispensabile – viaggia come su binari paralleli, che solo nei saltuari punti di incontro generano scintille di bellezza, insufficienti però a rimettere in ordine il mondo.

Monsignor Morandi, autore tra l’altro di un volume intitolato proprio “Bellezza. Luogo teologico di evangelizzazione” (Saggistica Paoline, 2009), ha preso in esame anche “I fratelli Karamazov” per osservare una sorta di ambiguità sul tema della bellezza, che Dostoevskij rileva nella Santa Vergine come in Sodoma. E ha citato due filosofi russi: Florenskij, secondo cui la bellezza consiste nella verità manifestata e nell’amore realizzato, e Solov'ëv, che chiama bellezza la verità e il bene quando prendono forma sensibile.

Nel quarto carme del Servo di Jahvé - ha detto ancora l’Arcivescovo - leggiamo che Egli non ha apparenza né bellezza; vi sono dunque una bellezza e un’apparenza che non hanno nulla a che vedere con la bellezza che salverà il mondo. Al tempo stesso il vangelo di Giovanni utilizza l’aggettivo kalós per definire “bello”, appunto, il vino di Cana come il pastore che si prende cura di tutte le sue pecore. Insomma, alla bellezza per essere salvifica non basta il rapporto con la qualità estetica, che inesorabilmente decade con il tempo, ma con una realtà durevole che si lascia permeare e trasfigurare dall’amore. La bellezza – ha concluso sul punto Morandi - diventa un luogo teologico nella misura in cui è collegata con il bene e con la verità.

Nella gallery l'immagine di copertina del libro di Daniele Castellari e alcune foto dell'incontro del 24 maggio 2024 (di Giuseppe Maria Codazzi) 

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