10 giugno 2024

Digito ergo sum

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Immagini, quaderni, ricordi: un tempo c’erano gli album di famiglia, solenni e un po’ ingialliti, le diapositive da guardare insieme e i filmini domestici su videocassette etichettate. Quando sono arrivati gli smartphone tuttofare, con la selfie-mania e l’abuso di effetti speciali, lo spazio occupato da queste memorie è aumentato, ma si è riversato in milioni di byte disseminati qua e là, in una crescente entropia digitale, con le minacce di virus informatici e dispositivi difettosi sempre in agguato. Oggi il problema della conservazione si pone anche per i testi e per gli archivi letterari nativi digitali, da non confondere con i numerosi cataloghi digitalizzati delle più varie pubblicazioni. E non solo: nella necessità o nel piacere di gestire le nostre memorie immateriali rientrano e sempre più ricadranno i messaggi scambiati per email, WhatsApp, Telegram & company. Non per nulla le sorellastre ricche del mercato già propongono di cercarci un “contatto erede”, che avrà l’onere (auguri!) di accedere ai dati degli account defunti.

È evidente che il passato tende ad acquistare ancora più peso (in meno volume) e che la filologia del futuro dovrà quasi esclusivamente prendersi cura di pixel e file. Per ciascuno di noi e dei nostri figli/nipoti appare consigliabile se non doveroso migliorarsi nella selezione, classificazione e gerarchizzazione delle diverse cartelle di “documenti”. Un lavoro certamente impegnativo e non retribuito, ma ne va della memoria che lasceremo ai posteri.